Futures studies, femminismo e futuri femministi
Il femminismo e i futures studies condividono il desiderio politico di una riconfigurazione migliore della realtà sociale. Eppure, nonostante questa affinità, questi due pensieri hanno viaggiato su binari paralleli, con un po’ di reciproco scetticismo. Perché? E soprattutto, cosa potrebbe emergere da una migliore integrazione?
Le origini patriarcali dei futures studies
Nella loro versione “mainstream”, i futures studies sono stati a lungo un campo dominato da uomini bianchi occidentali con una marcata inclinazione tecnocentrica. I nomi sono sempre i soliti: Herman Kahn, Alvin Toffler, i ricercatori della RAND Corporation, ecc. C’è quindi un problema sia di rappresentanza sia epistemologico. Quando solo un’élite patriarcale si occupa di pensare il futuro, i suoi scenari sono inevitabilmente informati dalle sue categorie concettuali e riflettono dunque le priorità e le ansie di quella stessa élite.
Il risultato è ciò che le teoriche femministe hanno definito “colonizzazione del futuro”. Uno spazio in cui il cambiamento viene immaginato soprattutto come innovazione tecnologica o crescita economica, mentre le istanze cruciali per la vita concreta della maggioranza (e delle minoranze) della popolazione, come il lavoro di cura, la riproduzione, la violenza domestica, la povertà femminilizzata, restano fuori campo. Ovviamente non perché irrilevanti, ma perché chi costruisce gli scenari non le percepisce come proprie urgenze. I futures studies hanno quindi avuto, almeno in origine, un problema di voce.
L’immaginazione femminista
Tra gli anni Sessanta e Ottanta, il pensiero femminista era costellato di visioni utopiche esplicite, non direttamente connesse ai futures studies. Da Shulamith Firestone, che in La dialettica dei sessi (1970) immaginava la liberazione delle donne dalla riproduzione biologica attraverso la tecnologia, a Ursula Le Guin, che in I reietti dell’altro pianeta (1974) costruiva una società anarchica senza proprietà privata né gerarchie di genere, fino a Octavia Butler, una delle più importanti scrittrici afroamericane di fantascienza, che in Legami di sangue (Kindred) (1979) intrecciava viaggi nel tempo e la schiavitù per interrogare le radici razziali e sessuali del potere. Il femminismo di quel periodo concepiva intrinsecamente il futuro come un progetto.
A partire dagli anni Novanta, l’influenza del postmodernismo ha spostato il baricentro, soprattutto del femminismo accademico, verso la decostruzione dei discorsi di genere. Senza quella svolta critica non avremmo strumenti concettuali fondamentali come l’intersezionalità e la performatività di genere, ma si è affievolita la capacità di articolare l’immaginazione di scenari futuri femministi mainstream.
Saperi situati e foresight
Il più prezioso regalo del femminismo alla vera maturazione dei futures studies, ritengo sia il concetto di saperi situati (situated knowledges), elaborato da Donna Haraway nel suo saggio del 1988, Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective. Secondo Haraway non esiste uno sguardo “da nessun posto”, né un punto di osservazione neutro e disincarnato (il cosiddetto God trick). Ogni conoscenza, inclusa quella scientifica, proviene da un corpo, da una posizione sociale, da una storia. Quando fingiamo il contrario, produciamo l’illusione di un’oggettività che spesso coincide con il punto di vista del gruppo dominante.
Questo ha conseguenze dirette di grande rilievo per i futures studies. Le metodologie tradizionali di anticipazione e i modelli mentali, ma anche gli scenari, si presentano spesso come analisi oggettive delle tendenze reali. Sandra Harding, che ha sviluppato il concetto di standpoint epistemology, direbbe che si tratta invece di proiezioni situate mascherate da universalità. All’opposto, un’analisi che includa le voci di chi occupa posizioni marginali sarebbe più rigorosa, poiché incorpora una gamma più ampia di informazioni sul reale.
In termini pratici, questo significa che qualsiasi esercizio di foresight che voglia essere epistemicamente onesto deve iniziare ponendo molte domande. Chi è nella stanza? Chi sta progettando questa esplorazione e con chi? Quali esperienze sociali sono (e saranno) rappresentate e quali no? Queste domande non devono essere poste come mero gesto performativo di inclusione; altrimenti, oltre a essere inutile, sarebbero dannose. Chiedersi chi ha costruito le regole e chi è nella stanza va considerata una condizione metodologica necessaria per condurre esplorazioni di futuro etiche e sensate.
I metodi CLA e backcasting
Tra i metodi dello strategic foresight, due si prestano in particolare all’esplorazione di futuri femministi: la Causal Layered Analysis e il backcasting.
La Causal Layered Analysis, detta CLA, in italiano analisi causale stratificata, è stata sviluppata dal ricercatore Sohail Inayatullah ed è un metodo con cui si cerca di interpretare correttamente le narrative culturali profonde del presente per immaginare un futuro davvero alternativo e preferibile. Si applica questo metodo quando vogliamo cercare di risolvere un problema di natura sistemica,proprio come quello della disparità di genere.
La CLA scompone la problematica individuata in quattro livelli: la litania (i sintomi visibili), le cause sistemiche, le visioni del mondo sottostanti che influenzano le scelte, fino al livello più profondo, i miti e le metafore che strutturano l’immaginario collettivo. Applicato a una questione come il divario salariale di genere, il CLA non si accontenta di registrare la disparità statistica (litania) né di individuarne le cause istituzionali (livello sistemico). Scende fino alle credenze implicite, nel nostro caso, ad esempio, che il lavoro di cura abbia meno valore del lavoro produttivo, che la presenza delle donne in certi settori sia «naturalmente» inferiore, e ai miti che le sorreggono: il mito della meritocrazia, il mito della famiglia nucleare come unità naturale, il mito del progresso tecnologico come forza autonoma e neutrale. Smontare quei miti è la precondizione per immaginare davvero qualcosa di diverso, senza limitarsi a cercare correttivi per le disfunzioni del sistema esistente.
Il backcasting funziona in modo opposto all’anticipazione standard. Invece di estrapolare le tendenze presenti verso il futuro, operazione che comporta il rischio di proiettare e amplificare le disuguaglianze esistenti, il backcasting parte da un futuro desiderabile già immaginato nel dettaglio e lavora a ritroso per identificare le trasformazioni necessarie a raggiungerlo. Per i movimenti sociali e, in particolare, per il femminismo, questa differenza di punto di partenza è dunque molto importante. Chiederci «dove ci portano le tendenze attuali?» incatena la nostra immaginazione al presente. Chiederci «che cosa vogliamo davvero e che cosa serve per arrivarci?» riapre invece lo spazio del possibile.
Workshop di foresight femminista condotti in contesti accademici e attivisti hanno mostrato che questo cambio di postura produca un salto qualitativo nell’elaborazione collettiva. Le persone che vi partecipano smettono di difendersi di fronte a scenari avversi e iniziano a costruire attivamente visioni alternative.
I futuri femministi
Le esplorazioni dei futuri femministi non convergono mai verso un modello unico, caratteristica che contraddistingue invece il futurewashing. È invece proprio questa pluralità a distinguere le visioni femministe da certe versioni patinate di «futuro inclusivo» che si limitano ad aggiungere minoranze a strutture di potere invariate.
Nei futuri femministi, la rigida divisione binaria tra maschile e femminile viene esplicitamente messa in discussione come conseguenza coerente di una critica al dominio. Se la gerarchia di genere è una costruzione sociale, anche le categorie che la sostengono possono allora essere riconfigurate. Emergono sistemi sociali in cui l’identità è un campo di possibilità e non più un destino biologico, e in cui i valori di intimità e di cooperazione equa smettono di essere relegati alla sfera privata per diventare principi organizzativi delle istituzioni. Nei futuri femministi, il lavoro di cura, che oggi è invisibile, non retribuito e distribuito in modo profondamente ineguale, diventa il nucleo di un’etica pubblica e di un’economia ridisegnata. Architettura, pianificazione urbana, orari di lavoro, sistemi di welfare: tutto viene reimaginato a partire dalla domanda «cosa serve per sostenere le relazioni umane?» anziché «cosa serve per massimizzare la produttività?».
Elise Boulding (1920-2010), studiosa della pace e cofondatrice dei futures studies, ha elaborato i concetti di gentle society e di 200-year present, ossia una società dei 200 anni, un esercizio immaginativo che chiede alle persone di pensare a un arco temporale di 200 anni, 100 nel passato, 100 nel futuro, per uscire dall’urgenza paralizzante del presente. Nei suoi scenari di «cultura gentile», le capacità relazionali e pacifiche diventano competenze civiche centrali della società.
Riane Eisler (Vienna 1937), nella sua opera Il calice e la spada (1987), distingue tra due modelli fondamentali di organizzazione sociale: il sistema del dominio (che chiama androcratico), gerarchico e basato sulla forza, e il modello di partnership (gylany), in cui i generi cooperano in modo circolare e la diversità non viene mai tradotta in gerarchia. Questo modello di partnership è una configurazione storicamente attestata in alcune società preistoriche e un orizzonte praticabile per il futuro, condizionato a trasformazioni istituzionali concrete in ambito educativo, di governance e di organizzazione economica.
Insieme alle studiose citate troviamo anche Hazel Henderson, Magda McHale ed Eleonora Masini, fondatrice degli studi di futuro italiani, che hanno teorizzato, nell’arco di quegli stessi decenni, futuri possibili e preferibili a partire dai “modi di conoscere delle donne”.
Ivana Milojević, ricercatrice con una formazione in sociologia, gender studies, studi sulla pace e futures studies, originaria dell’ex Jugoslavia, ha sintetizzato tre decenni di ricerca in The Hesitant Feminist’s Guide to the Future (2024), concentrandosi su come facilitare il cambiamento sociale verso futuri gender-equitable attraverso l’epistemologia femminista applicata al foresight, la decolonizzazione del tempo patriarcale e i futuri dell’educazione.
Futuro studies e femminismo andrebbero, insomma, ricuciti nei momenti pratici e negli sviluppi teorici. Il futuro desiderato è che il femminismo potenzi la sua dimensione visionaria senza perdere la profondità critica conquistata negli ultimi decenni; e che i futures studies non trattino l’inclusione come un addendum, e l’assumano invece come condizione epistemica di base. Le infrastrutture metodologiche del foresight (gli scenari, il CLA, il backcasting, i workshop partecipativi) sono strumenti affilati, ma possono essere usati per immaginare futuri emancipatori o per legittimare tendenze già in atto consegnando solo futuri usati.
La differenza sta in chi li usa, con quale mandato e a partire da quale domanda. Se la domanda è «come ottimizziamo il sistema?», i futures studies restano un esercizio speculativo già colonizzato in partenza. Se la domanda è «che tipo di mondo vogliamo abitare e chi deve avere voce in capitolo nel rispondere?», allora l’incontro con il femminismo assume un’altra portata. È esattamente da questa tensione che possono emergere futuri che valgano davvero la pena di essere immaginati.
Immagine di cover: Judy Chicago, Smoke Bodies, 1972