Perché e come decolonizzare i futuri

I Futures Studies si confrontano oggi con una sfida fondamentale: la tendenza a immaginare il domani attraverso lenti che, spesso inconsapevolmente, perpetuano le strutture di potere del presente. Le visioni dominanti del futuro infatti sono frequentemente proiezioni monolitiche, tecno-centriche, bianche e occidentali, che limitano drasticamente la nostra capacità di concepire il cambiamento e rischiano di replicare gli errori del passato.

Quello che immaginiamo in modo spontaneo è dunque spesso un futuro colonizzato, un orizzonte imposto da altri attori – come governi, corporazioni o istituzioni accademiche – che circoscrivono le alternative possibili per tutte le altre persone. Un esempio contemporaneo di questa dinamica è l’influenza esercitata dalle grandi aziende tecnologiche. Visioni come il Metaverso di Meta o le ambizioni spaziali di SpaceX tendono a colonizzare l’immaginario collettivo con futuri in cui la tecnologia è l’unico motore del cambiamento, lasciando inalterati i valori, le gerarchie sociali e le strutture economiche esistenti.

È in questo contesto che emerge allora il concetto di decolonizzazione dei futuri. Si tratta di un processo trasformativo che va oltre l’ormai abusata parola magica “inclusione” o della rappresentanza all’interno dei paradigmi esistenti.

Decolonizzare i futuri significa intraprendere un’azione molto più radicale e volta a mettere in discussione la continuità dei sistemi di potere, economici e sociali del passato e del presente.

Lo si fa cercando con consapevolezza di abbandonare i modi di conoscere occidentali (Western ways of knowing) come unico quadro di riferimento per immaginare il futuro e la sua relazione con il passato e il presente. Creando invece spazi sicuri e legittimi per visioni del mondo, cosmologie e identità culturali che sono state storicamente marginalizzate ed escluse, come quelle Indigene.
Per decolonizzare i nostri futuri dobbiamo incoraggiare attivamente l’immaginazione e la co-creazione di una molteplicità di futuri possibili, futuri che possano abbracciare e riflettere la totalità delle identità, dei valori e delle prospettive umane.

Per comprendere appieno questa prospettiva, è cruciale distinguere tra il colonialismo come periodo storico e la colonialità come logica persistente. La decolonizzazione dei futuri non si occupa di rivisitare il passato coloniale, ma di smantellare la colonialità: una matrice di potere, conoscenza ed essere che sopravvive al colonialismo formale e continua a strutturare il mondo contemporaneo. La colonialità invade l’universo mentale delle persone, naturalizzando gerarchie razziali e imponendo modelli di pensiero, sviluppo e progresso eurocentrici come universali. Questa logica si manifesta oggi in forme diverse, come la globalizzazione neoliberista o l’internazionalizzazione dell’istruzione superiore, che diffondono norme e saperi occidentali come standard globali, spesso a scapito della diversità epistemica locale.

La persistenza di questa colonialità della conoscenza è la ragione per cui molte pratiche di foresight, anche quelle animate dalle migliori intenzioni, rischiano di perpetuare l’esclusione. Senza un confronto diretto e uno smantellamento attivo della gerarchia epistemica che privilegia la razionalità occidentale e svaluta altre forme di sapere, qualsiasi tentativo di inclusione rischia di rimanere superficiale. In tale contesto, le voci diverse vengono invitate a partecipare solo per essere tradotte, assimilate e neutralizzate all’interno dei quadri dominanti, trasformando un potenziale atto di liberazione di nuovo in una sottile forma di appropriazione. Questo spiega perché il progetto di decolonizzare i futuri deve essere necessariamente più profondo e radicale di un semplice sforzo di diversificazione. C’è quindi la necessità di una pluralità di futures studies, ciascuno radicato nel mondo concettuale di una cultura specifica, in modo da riflettere autenticamente la pluralità dei futuri (Sardar), evitando che questa disciplina, come altre critiche prima (ad esempio, l’ecologia o il femminismo), venga addomesticata e professionalizzata. L’azione della decolonizzazione dei futuri non deve trasformasi in un esercizio puramente intellettuale, performativo o, peggio, un’altra forma di colonialismo estrattivo, dove le alternative indigene vengono consumate senza sostenere la sovranità indigena, o di altre minoranze.

La decolonizzazione dei futuri si basa quindi su una serie di principi interconnessi che mirano a smantellare le fondamenta del pensiero universalista e a costruire un quadro alternativo basato sulla pluralità. Al centro del progetto decoloniale vi è lo smantellamento attivo della supremazia dei sistemi di conoscenza occidentali e della loro pretesa di universalità.

Ciò comporta inevitabilmente l’applicazione di un pensiero critico alla narrazione celebrativa del “progresso a ogni costo” e dello “sviluppo senza limiti” come un percorso lineare e unico che tutte le società dovrebbero desiderare ed emulare. La teoria decoloniale svela come questa narrazione sia inseparabile dalla violenza del colonialismo; lo sviluppo dell'Europa, infatti, è stato reso possibile in larga parte dallo sfruttamento sistematico delle risorse e del lavoro in Africa, America Latina e Asia.

Questa critica si estende anche alla concezione del tempo. Il pensiero occidentale tende a imporre una visione lineare e progressiva del tempo (passato-presente-futuro), che è funzionale a un’economia capitalista orientata alla crescita. La decolonizzazione dei futuri richiede di riconoscere e integrare altre concezioni del tempo – come quelle cicliche o non-lineari presenti in molte culture indigene – che aprono a modi radicalmente diversi di immaginare il rapporto tra generazioni e la sostenibilità.

Un principio cardine è la ricerca della giustizia epistemica. Questo termine si riferisce alla necessità di porre fine all'epistemicidio – la distruzione sistematica dei sistemi di conoscenza non occidentali operata dal colonialismo – e di riparare a questa violenza convalidando e centrando le epistemologie indigene, locali e marginalizzate. Ciò richiede un cambiamento radicale nell’approccio alla ricerca e alla conoscenza. I saperi indigeni non devono essere trattati come oggetti di studio o fonti da cui estrarre dati, ma come quadri teorici e pratici validi e autonomi per comprendere il mondo e progettare il futuro.

Questo implica passare da una ricerca estrattiva, che beneficia solo l'istituzione dominante, a una ricerca collaborativa, responsabile e che restituisca valore alle comunità con cui lavora. Questo principio si estende all’ascolto delle voci di tutte le comunità marginalizzate – lavorator* precar*, contadin* senza terra, migranti – le cui esperienze di vita interrompono e sfidano le narrazioni egemoniche di crescita, modernità e progresso.

Nell’esperienza pratica di un esercizio di futuro, non si tratta di aggiungere diversità a un tavolo di discussione dominato da una logica universale, ma di riconoscere che esistono tavoli completamente diversi, basati su realtà e ontologie differenti.

Di conseguenza, l’obiettivo di un progetto di foresight non può più essere la ricerca di un consenso o di una visione comune, che rischierebbe di essere una forma di assimilazione al modello dominante. L'obiettivo diventa, invece, la creazione delle condizioni per il dialogo e la coesistenza di futuri multipli e diversi, che come professionista di futuro, cerco di facilitare.

Le pratiche decoloniali privilegiano metodi qualitativi e partecipativi che mirano a dare potere (empowerment) ai gruppi storicamente svantaggiati. Tra questi, i workshop di visioning e il backcasting (partire da una visione futura desiderata per definire i passi necessari nel presente) sono particolarmente efficaci perché restituiscono agentività a chi vi partecipa. Lo storytelling emerge come uno strumento centrale: raccontare storie permette di includere prospettive non occidentali, di svelare le strutture di potere nascoste nelle narrazioni dominanti e di recuperare immaginari alternativi. L'Analisi Causale a Strati (CLA) è invece una metodologia chiave per scavare sotto la superficie dei problemi e lavorare ai livelli profondi della visione del mondo e della metafora, dove risiedono le radici delle narrazioni coloniali. La decolonizzazione visiva, infine, si concentra sul decostruire gli stereotipi e i linguaggi visivi egemonici, includendo attivamente artisti, designer e immaginari provenienti da contesti periferici.

L’obiettivo di un esercizio di decolonizzazione dei futuri è la liberazione dell’immaginazione, la creazione di alternative radicali, e lo smantellamento del sistema, attraverso la facilitazione della coesistenza di visioni multiple.

La decolonizzazione dei futuri è un progetto politico, etico ed epistemico, necessario da applicare ai futures studies, che contesta la presunta universalità e inevitabilità di un futuro singolare, dettato dalle logiche della modernità/colonialità, per aprire lo spazio all'immaginazione e alla costruzione di un futuro plurale: un mondo in cui molti mondi possano coesistere in modo più giusto e sostenibile. L'orizzonte della decolonizzazione dei futuri è intrinsecamente legato a un profondo senso di responsabilità. Per coloro che operano da posizioni di privilegio, ciò significa riconoscere la propria complicità, anche involontaria, nei sistemi coloniali e impegnarsi attivamente a smantellarli, accettando la necessità di cedere potere e privilegi.

Immagine di cover: Hito Steyerl, Animal Spirits, 2022, single channel HD video, live computer simulation, sensor devices, glass spheres, organic materials, dimensions variable, edition of 7 (HS 046). Exhibition view: “Hito Steyerl – A Sea of Data”, MMCA, Seoul (2022). Photo © Hong Cheolki.

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Cosa significa Futures Literacy